Vinter in Rome

Non è un errore di stampa, ma tutto nella fotografa Irina Vinter suggerisce proprio il significato glaciale cui sembrerebbe rimandare il suo nome. Che non è un nome d’arte, attenzione, e a quel nome – completo di “V” non doppia – lei tiene come e quanto alle sue origini stesse.

Dopo le esperienze russe e francesi, l’algida e bellissima fotografa sovietica espone per la prima volta in Italia approfittando dell’allestimento dei trentacinque lavori selezionati dalla curatrice Alinda Sbragia all’interno della cornice raccolta del Museo Canonica. A Villa Borghese si trova infatti un luogo dove l’arte può respirare sommessamente, senza essere debitrice dell’eco clamorosa della Galleria di lì a pochi passi, ma bensì godendo dell’attenzione dei presenti completamente ed esclusivamente. Un luogo che è già talmente pieno di storia e passato che non è facile gestirlo per la condivisione di spazi comuni, soprattutto sovrapponendo alle espressioni millenarie di pittura e scultura un’arte tradizionalmente vista come “spassionata” come la fotografia.

Ma l’arte della Vinter non è fredda, anzi; una definizione razionale assocerebbe l’instabilità delle sue figure proprio alla conseguenza fisica del movimento, ovvero il calore. Calore per l’arte, calore per la vita; che differenza fa se la figura ritratta sia di spalle, sia una donna, sia vestita? Tutto nelle immagini di Irina Vinter è vivo e in movimento. Non si ferma neanche per l’obiettivo, anzi: proprio per la posa la materia si agita, smuove i contorni e le molecole stesse della vita. Gli appassionati di biografie e retrospettive vorranno vedere in questa interpretazione un legame indissolubile con la Russia delle sue origini: figlia del direttore dell’Agenzia Spaziale moscovita e dedita all’architettura come prima passione, l’autrice è senz’altro legata alla contingenza degli spazi reali, e di molto debitrice a fonti di luce e calore naturali. Non c’è niente di artificiale nelle sue opere, che al massimo possono dirsi reinterpretazioni del reale: una porzione di capigliatura femminile diventa simbolo di una stagione (dell’anno solare o della vita intera, che differenza fa?) perché ripresa con l’illuminazione che ne sottolinea la molteplicità delle sfumature, l’infinitesimale importanza di ogni dettaglio, e al tempo stesso la parzialità di fronte all’assoluto, proprio per la mancanza del soggetto principale dal campo della foto. Allo stesso modo gli altri elementi della natura, come l’acqua, la luce, il vento e i colori stessi che percepiamo ogni giorno senza renderci conto della loro complessità, partecipano al discorso “Ira nell’anima” di Irina Vinter. Non ira “dell’anima”, attenzione, non un elemento proprio dello spirito di ognuno, né di quello della fotografa stessa; ma radicata al suo interno come motivo di attrazione verso il mondo fuori, causa di movimento, movente stesso della vita. Un misto di gioia di vivere che le figure della Vinter a stento trattengono all’interno degli sfrangiati perimetri del loro corpo indefinito, e di rabbia contro il mondo che le costringe in quel guscio di carne e ossa che così malamente, e a stento, riesce a contenerle.

Irina Vinter – Ira nell’Anima
A cura di: Alinda Sbragia
Dal 19/11/11 al 10/12/11
MUSEO PIETRO CANONICA
Villa Borghese
Viale Pietro Canonica, 2
Roma


Giovanna Vizzaccaro

Francesco Cecere, un’idea artistica dell’informale

Conosco l’artista Francesco Cecere da moltissimi anni e ancora oggi mi chiedo come ogni volta possa stare tutto in una tela di quadro.

La pittura quando è arte contemporanea, se lo è davvero per molti per lui è la vita stessa che lo ha generato dai suoi sogni non sempre felici  e che oggi trovano spazio e soprattutto ritrovano forza  attraverso le opere altrimenti sacrificate al silenzio degli occhi.

Cecere Francesco così come raccontano i suoi lavori è figlio di un’epoca strizzata nel presente come dentifricio in un tubetto ormai traboccante, la terra è un luogo comunque piccolo e quindi per questo non basta a contenere il grido di terrore e di bellezza che le sue opere sembrano cantare  a chi guardandole comincia ad ascoltare. Tutti gli elementi sono rappresentati come fossero già all’interno della tela che chiede solo di essere ripulita dalla patina grigia della normalità, sottende a qualcosa che chiede spazio e forza per nascere. Non a caso il rosso è una figura costante negli ultimi lavori, è carico di ricordi ma anche proteso verso  future nascite che siamo ansiosi di vedere con gli occhi ma soprattutto con spirito libero.

Opere come “Gioco di un cuore ferito” (2008) o “Ghiacciai di parole” (2009-2010) rispondono al bisogno che i sensi hanno di lasciare la loro impronta che non sia sacrificabile al vizio del tempo e alla smania della dimenticanza. Richiede coraggio o qualcosa che sia almeno follia ritenere “Orgasmo” un insieme di temi colori e sensazioni che esplodono dal di dentro stesso dell’ autore e che altrimenti sopperirebbero alla cruda latitanza di giorni imperfetti.

C’è credo un distacco dai primi lavori che a meno di non cadere in errore è solo un distacco di intenti giammai di fede nelle proprie convinzioni. Il “Cerchio della resistenza” e “L’aurora” catturano il genio (del male?)  che non sa ancora dove può finire lo spazio e la materia a lui concessa schiudendosi così a percorsi veramente infiniti sottomettendo i sensi  all’opera di un uomo che ha fatto della pittura il prolungamento stesso dell’animo inquieto.

 

VINCENZO PIROZZI